La vita trascorre, lenta o veloce. Si crea anche per avere un passato, per rileggere tracce che l’esistenza ha lasciato dietro di noi. E’ così che tutto il vissuto diviene significante e significato e la nostra vita riposa intatta nell’accaduto.
Negli oramai tanti anni del nostro sodalizio artistico siamo venuti costruendo un gruppo di operatori artistici che non avesse le connotazioni tradizionali del movimento di artisti tenuto insieme da una stessa pulsione eroica, da una stessa visione poetica, artistica, letteraria , o almeno non solo questo. Ci piaceva organizzare una “ casa rossa”, una “brotherhood” alla Morris, che riunisse insieme ingegni diversi, diretti alla realizzazione collettiva di un’opera, impegnando in proporzione e qualità diverse, le loro capacità individuali per la realizzazione di un progetto. “Nulla si crea e nulla si distrugge”, era il motto rubato a Lavoisier, che bene esprimeva la nostra convinzione: non s’inventa sempre ex novo, si rielabora, si re-inventa traendo suggerimento da altri artisti, ci si arricchisce e ci si rigenera. Forti di questa idea, avevamo nl lontano 1978 proposto a 49 artisti internazionali di partecipare alla “operazione Lavoisier”. Noi avremmo fatto dei libri su ogni artista che ci avesse spedito gli “avanzi”, le scorie del suo lavoro. Con quei frammenti facemmo 49 libri d’arte, ora proprietà della Biblioteca Nazionale Centrale realizzando una parziale storia dell’arte contemporanea scritta e illustrata “dall’interno”, un diario artistico che testimoniasse il quotidiano rapporto di amicizia e lavoro tra artisti. Nel 1995 uscì per i tipi della Polistampa editrice il libro teorico “Segnali da nessun luogo” scritto da Kiki Franceschi, un’indagine acuta e dolorosa sul significato dell’arte e sul ruolo dell’artista in una società come la nostra involgarita e pragmatica, dedita solo al culto del dio Mammone. Anche in questo libro si chiamarono ad un confronto diretto artisti, letterati e architetti su temi come il concetto di libertà e arte, conformismo e fede, angoscia e speranza. Seguì la pubblicazione del periodico “Per un anno”, sempre pubblicato da Polistampa. In ogni numero ponevamo domande ad artisti, poeti, musicisti sui temi fondamentali del fare artistico: spazio, colore, luce, tempo. Nell’ultimo numero annunciammo la nascita di AXTEV, ovvero arte per tracce di esistenza visibili. Il titolo era misterioso ed ambiguo: volevamo dire che l’arte contiene tracce del vissuto, dell’esistenza, della passione e del sentimento, tracce che affondano nel sabbioso terreno della storia umana; che vivere è anche sentirsi parte dell’universo e del cosmo, misteri di cui poco sappiamo ma dai quali siamo catturati quando iniziamo a creare qualcosa di nostro e dai quali ricaviamo meraviglia e furore. Nasceva in quegli anni un gruppo eterogeneo, legato da amicizia e stima, di architetti, Antonella Valentini e Martino Duni, storici e critici dell’arte, Micol Chiarantini e Nicola Nuti, musicisti come Pietro Grossi, operatori teatrali come Massimo Tarducci, attore e regista che diresse e recitò con la compagnia “La Terza Pratica” i lavori teatrali di Kiki Franceschi. I lavori pubblici, dal giardino Agorà di Caldine, al bassorilievo Darsi una mano, Le grandi ceramiche di San Lorenzo a Greve, Il monumento Mani e Fatti di Arezzo, la Piazzetta del Tempo di San Gimignano, l’Obelisco di Porcari e le opere che sono in corso di realizzazione sono state frutto di una collaborazione costante e entusiastica. Abbiamo così reso possibile il progetto custodito per anni, quello di uscire dallo studio e andare allo scoperto, misurandoci con le difficoltà reali, lavorando con gli ingegneri e gli operai, in mezzo alla gente che incuriosita ci chiedeva di essere partecipe. Abbiamo coinvolto gli operai soprattutto, che, sulle prime diffidenti, nel corso dei lavori, entrati nello spirito dell’opera, davano preziosi suggerimenti, sentendosi oramai parte in causa. La gente, sapendo che quel nostro lavoro era a loro destinato, ne andavano fieri. Ogni giornata faticosa per noi era riscattata dalla soddisfazione di aver lasciato un segno positivo. Sentivamo anche di essere dentro un percorso contemporaneo, anche perché scegliendo materiali poveri e tecnologici come il cemento armato, la ceramica, il rame, la vetroresina, il mosaico, dichiaravamo che concettualmente il nostro operare era rivolto al presente ed intriso dell’idea che l’opera artistica può essere realizzata e fruita da coloro che sanno di vivere il loro tempo.